La Stampa: Il Fondo Globale può salvare milioni di vite nel mondo

La Stampa: Il Fondo Globale può salvare milioni di vite nel mondo

Parla Thokozile “Thoko” Phiri-Nkhoma, attivista della società civile del Malawi, ambasciatrice della campagna «Here I am» per il Fondo Globale, sieropositiva.

ALESSIA DE LUCA

“Se sono qui, oggi, a raccontare la mia esperienza e quella della mia famiglia è grazie a medicinali come gli antiretrovirali, che ogni anno vengono distribuiti gratuitamente a milioni di persone in Africa e nel mondo”. A parlare è Thokozile “Thoko” Phiri-Nkhoma, attivista della società civile del Malawi, ambasciatrice della campagna ‘Here I am’ per il Fondo Globale, sieropositiva. Per Thoko, la battaglia quotidiana di chi lotta contro Aids, malaria e tubercolosi è la storia della sua famiglia.
“Mio padre si è ammalato quando io ero ancora una bambina. Negli anni ’90 ricordo che ha passato più tempo in ospedale che a casa. I medici gli avevano diagnosticato una malaria cronica, fin quando nel 1997, in seguito all’ennesima ricaduta, entrò in coma. Fu allora che il medico andò da mia madre e le disse: suo marito è condannato, ha contratto l’Hiv. Io avevo 11 anni”.

In quel periodo, in Malawi nonostante l’altissimo tasso di incidenza della malattia, non esisteva la distribuzione gratuita o a prezzi competitivi, di farmaci salvavita. Nel 1997, anno della morte del padre di Thoko, in Malawi la mortalità dei pazienti che risultavano positivi all’Hiv era del 100%.

“Le persone morivano come mosche. La mia infanzia è stata segnata dai lutti e da una sequela infinita di funerali che si susseguivano, nel nostro quartiere come negli altri, con una frequenza impressionante” racconta Thoko, che dopo la morte del padre ha dovuto lasciare la scuola e lavorare per aiutare la famiglia. “Eravamo rimasti io, mia madre e altre fratellini più piccoli, non si riusciva ad andare avanti. Nel 2000 anche mia madre e uno dei miei fratelli hanno cominciato ad ammalarsi sempre più spesso. Lei non riusciva neanche ad alzarsi, figuriamoci a lavorare”.

In quegli anni il 14% della popolazione del Malawi, di circa 12 milioni di abitanti, aveva contratto il virus. In alcune regioni del paese la percentuale raggiungeva il 21% della cittadinanza. Uno dei tassi di incidenza più alti al mondo, che ha portato come conseguenza un aumento esponenziale dei casi di malaria e tubercolosi. Nel 2003 il governo di Lilongwe fu tra i primi ad adottare i programmi salva-vita che, attraverso il Fondo globale di lotta all’AIDS, alla tubercolosi e alla malaria, prevedono trattamenti gratuiti alle persone contagiate.

 

“Mia madre ha ripreso a vivere. Attraverso uno dei ambulatori locali eravamo rientrati nel programma e una volta iniziata la terapia è tornata quella di una volta. Si è ristabilita ed è riuscita ad andare avanti e a sfamare i suoi figli” spiega Thoko, la cui famiglia è stata flaggellata dalla pandemia. Oltre a suo padre e sua madre – morta due anni fa – la tubercolosi ha portato via uno dei suoi fratelli. “Nel 2008 anche io ho cominciato a tossire, sempre di più. Alla diagnosi di tubercolosi si è aggiunta quella della sieropositività all’Hiv. Oggi vivo con mia sorella, anche lei sieropositiva e contribuisco alla campagna del Fondo Globale, perché è ai suoi programmi che devo la vita” dice, chiedendosi cosa succederebbe se il programma di lotta contro le pandemie si arrestasse, per mancanza di fondi.

 

Per contrastare efficacemente Aids/Hiv, tubercolosi e malaria, riducendo anche l’impatto economico delle tre pandemie, il Fondo Globale ha bisogno di un finanziamento di 15 miliardi di dollari per i prossimi tre anni. Se nel 2012 le nuove infezioni sono state 2 milioni e 300 mila, con un calo del 33% dal 2001, e le morti correlate all’AIDS sono state 1milione e 600 mila, diminuite di circa un terzo dal 2005 è pur vero che ancora molto resta da fare.

 

Anche se i numeri parlano chiaro, e l’azione del Fondo Globale continua a ridurre l’incidenza dell’Aids, 4 mila persone ogni giorno, la maggior parte nei paesi in via di sviluppo, continuano a morire a causa della malattia. A seguito della crisi economica, e di decisioni politiche controverse, si è assistito ad una vera e propria marcia indietro da parte dei donatori internazionali che ha comportato, di fatto, per questi paesi la necessità di dover tagliare i programmi di cura.

 

“Quando racconto alla gente della mia storia e chiedo loro di contribuire al rifinanziamento dei programmi per il Fondo Globale so di cosa parlo – osserva Thoko – L’accesso alle cure è importante ma da solo non basta. C’è bisogno di formazione e istruzione: diffondere la prevenzione fin dentro alle capanne della gente più povera. Dare speranza agli ammalati, indicando con esempi concreti che la vita continua. Aiutare i superstiti ad avviare una piccola attività economica. Specializzare il personale sanitario. Allevare le decine di migliaia di bambini rimasti senza genitori. Ma soprattutto educare i ragazzi, affinché crescano consapevoli della minaccia e non contribuiscano al diffondersi del virus. Soltanto così si può sperare, un giorno, di averla vinta”.
In quel periodo, in Malawi nonostante l’altissimo tasso di incidenza della malattia, non esisteva la distribuzione gratuita o a prezzi competitivi, di farmaci salvavita. Nel 1997, anno della morte del padre di Thoko, in Malawi la mortalità dei pazienti che risultavano positivi all’Hiv era del 100%.

“Le persone morivano come mosche. La mia infanzia è stata segnata dai lutti e da una sequela infinita di funerali che si susseguivano, nel nostro quartiere come negli altri, con una frequenza impressionante” racconta Thoko, che dopo la morte del padre ha dovuto lasciare la scuola e lavorare per aiutare la famiglia. “Eravamo rimasti io, mia madre e altre fratellini più piccoli, non si riusciva ad andare avanti. Nel 2000 anche mia madre e uno dei miei fratelli hanno cominciato ad ammalarsi sempre più spesso. Lei non riusciva neanche ad alzarsi, figuriamoci a lavorare”.

In quegli anni il 14% della popolazione del Malawi, di circa 12 milioni di abitanti, aveva contratto il virus. In alcune regioni del paese la percentuale raggiungeva il 21% della cittadinanza. Uno dei tassi di incidenza più alti al mondo, che ha portato come conseguenza un aumento esponenziale dei casi di malaria e tubercolosi. Nel 2003 il governo di Lilongwe fu tra i primi ad adottare i programmi salva-vita che, attraverso il Fondo globale di lotta all’AIDS, alla tubercolosi e alla malaria, prevedono trattamenti gratuiti alle persone contagiate.

 

“Mia madre ha ripreso a vivere. Attraverso uno dei ambulatori locali eravamo rientrati nel programma e una volta iniziata la terapia è tornata quella di una volta. Si è ristabilita ed è riuscita ad andare avanti e a sfamare i suoi figli” spiega Thoko, la cui famiglia è stata flaggellata dalla pandemia. Oltre a suo padre e sua madre – morta due anni fa – la tubercolosi ha portato via uno dei suoi fratelli. “Nel 2008 anche io ho cominciato a tossire, sempre di più. Alla diagnosi di tubercolosi si è aggiunta quella della sieropositività all’Hiv. Oggi vivo con mia sorella, anche lei sieropositiva e contribuisco alla campagna del Fondo Globale, perché è ai suoi programmi che devo la vita” dice, chiedendosi cosa succederebbe se il programma di lotta contro le pandemie si arrestasse, per mancanza di fondi.

 

Per contrastare efficacemente Aids/Hiv, tubercolosi e malaria, riducendo anche l’impatto economico delle tre pandemie, il Fondo Globale ha bisogno di un finanziamento di 15 miliardi di dollari per i prossimi tre anni. Se nel 2012 le nuove infezioni sono state 2 milioni e 300 mila, con un calo del 33% dal 2001, e le morti correlate all’AIDS sono state 1milione e 600 mila, diminuite di circa un terzo dal 2005 è pur vero che ancora molto resta da fare.

 

Anche se i numeri parlano chiaro, e l’azione del Fondo Globale continua a ridurre l’incidenza dell’Aids, 4 mila persone ogni giorno, la maggior parte nei paesi in via di sviluppo, continuano a morire a causa della malattia. A seguito della crisi economica, e di decisioni politiche controverse, si è assistito ad una vera e propria marcia indietro da parte dei donatori internazionali che ha comportato, di fatto, per questi paesi la necessità di dover tagliare i programmi di cura.

 

“Quando racconto alla gente della mia storia e chiedo loro di contribuire al rifinanziamento dei programmi per il Fondo Globale so di cosa parlo – osserva Thoko – L’accesso alle cure è importante ma da solo non basta. C’è bisogno di formazione e istruzione: diffondere la prevenzione fin dentro alle capanne della gente più povera. Dare speranza agli ammalati, indicando con esempi concreti che la vita continua. Aiutare i superstiti ad avviare una piccola attività economica. Specializzare il personale sanitario. Allevare le decine di migliaia di bambini rimasti senza genitori. Ma soprattutto educare i ragazzi, affinché crescano consapevoli della minaccia e non contribuiscano al diffondersi del virus. Soltanto così si può sperare, un giorno, di averla vinta”.